Per una funzione C1 (o, più in generale, differenziabile) vale la formula del gradienteLa derivata direzionale lungo u è il prodotto scalare tra il gradiente e u: D_u f(p) = ∇f(p)·u.Duf(p)=∇f(p)⋅u=au1+bu2,(a,b)=∇f(p)
Ogni derivata direzionale nota diventa quindi un'equazione lineare nelle due incognite a=∂xf(p) e b=∂yf(p). Con due direzioni non parallele si ha un sistema 2×2 risolubile.
1. Dalle due derivate direzionali al gradiente
Sia (a,b)=∇f(0,0).
Prima direzioneu=(21,21):
2a+2b=25⟺a+b=5
(si moltiplica per 2).
Seconda direzioneu=(−52,51):
−52a+5b=53⟺−2a+b=3
Sistema. Sottraendo la seconda equazione dalla prima: (a+b)−(−2a+b)=5−3, cioè 3a=2. Quindi
∂xf(0,0)=a=32,∂yf(0,0)=b=5−32=313
Verifica:32+313=5 ✓ e −34+313=3 ✓.
Perché serve l'ipotesi C1. Senza di essa le derivate direzionali non sono legate alle parziali dalla formula del gradiente (nella teoria c'è l'esempio f=0 sugli assi, 2x+y altrove, con parziali nulle e D(1,1)f(0,0)=3), e i dati non basterebbero.
2. Dalle restrizioni sulle bisettrici al gradiente
Le informazioni sono su due rette per l'origine: la bisettrice y=x e l'antibisettrice y=−x. Lungo una retta x↦f(x,mx) la derivata in 0 è una derivata direzionale:
dxdf(x,mx)x=0=x→0limxf(x(1,m))−f(0,0)=D(1,m)f(0,0)
Prima informazione:f(x,−x)=0 per ogni x, quindi la derivata lungo (1,−1) è 0. Con la formula del gradiente (f è differenziabile in (0,0)):
D(1,−1)f(0,0)=∂1f(0,0)−∂2f(0,0)=0
Seconda informazione:f(x,x)=2x, la cui derivata è 2:
D(1,1)f(0,0)=∂1f(0,0)+∂2f(0,0)=2
Sistema. Sommando: 2∂1f(0,0)=2. Quindi
∂1f(0,0)=1,∂2f(0,0)=1
Osservazione. Si usano vettori (1,±1) non unitari: va bene, perché la formula Duf=∇f⋅u vale per ogni u, e la derivata di x↦f(x,mx) è proprio la derivata lungo (1,m), non lungo il suo versore.
Errori comuni
Dimenticare che le direzioni del punto 1 sono versori e moltiplicare male per 2 o 5.
Applicare la formula del gradiente senza l'ipotesi di differenziabilità: nel testo è data apposta.