È la regola della catena letta al contrario. La derivata di una funzione composta è
D[G(f(x))]=G′(f(x))⋅f′(x)
Quindi se l'integranda ha la forma "una funzione di f(x), per f′(x)", cioè g(f(x))⋅f′(x), e G è una primitiva di g, allora una primitiva è G(f(x)).
La formula
Siano g:[a,b]→R continua e f:[c,d]→[a,b] di classe C1. Allora:
(1)∫g(f(x))f′(x)dx=∫g(y)dy=G(y)+k=G(f(x))+k,k∈R
dove si è posto y=f(x), dy=f′(x)dx, e G è una primitiva di g.
(1') Per l'integrale definito:
∫cdg(f(x))f′(x)dx=∫f(c)f(d)g(y)dy=[G(y)]y=f(c)y=f(d)=G(f(d))−G(f(c))
Il simbolo dy=f′(x)dx: formalmente viene da dxdy=f′(x) "moltiplicato per dx". Non è una vera moltiplicazione, ma è un promemoria che funziona: dice che cosa sostituire al posto di f′(x)dx.
Gli estremi in (1'): quando x va da c a d, la nuova variabile y=f(x) va da f(c) a f(d). Cambiando variabile si cambiano anche gli estremi, e alla fine non si torna a x.
Dimostrazione di (1).G è una primitiva di g, quindi G′=g. Per la regola della catena
D[(G∘f)(x)]=G′(f(x))f′(x)=g(f(x))f′(x)
cioè G(f(x)) è una primitiva di g(f(x))f′(x), e per la definizione di integrale indefinito ∫g(f(x))f′(x)dx=G(f(x))+k ∎. La (1') segue dalla (1) e dal TFCI 1.
La sostituzione al contrario
Quando f è invertibile, la stessa formula si legge da destra a sinistra: per calcolare ∫g(y)dy si pone y=f(x), cioè x=f−1(y), e dy=f′(x)dx:
(2)∫g(y)dy=∫g(f(x))f′(x)dx=F(x)+k=F(f−1(y))+k
dove F è una primitiva di g(f(x))f′(x).
(2')∫abg(y)dy=[F(x)]x=f−1(a)x=f−1(b)
Serve quando l'integrale in x è più facile di quello in y (lo si vedrà con le sostituzioni per le radici, nelle lezioni successive).
Come si riconosce
Si cerca nell'integranda una funzione "interna" f(x)la cui derivata compare (a meno di una costante moltiplicativa) come fattore.
Esempio 1.∫xsin(logx)dx=∫sin(logx)⋅x1dx. La funzione interna è logx, e la sua derivata x1 c'è. Con y=logx, dy=x1dx:
∫sinydy=−cosy+k=−cos(logx)+k
Se la derivata c'è solo a meno di una costante, si moltiplica e divide per quella costante (linearità). Esempio: ∫xex2dx: la funzione interna è x2, con derivata 2x; c'è solo x, quindi
∫xex2dx=21∫2xex2dx=21∫eydy=21ex2+k(y=x2,dy=2xdx)
Attenzione: si può aggiustare solo una costante, mai una funzione di x. Per esempio ∫ex2dxnon si fa così: la derivata 2x manca, e non si può "moltiplicare e dividere per 2x" (la x non esce dall'integrale).
La seconda riga è la più usata: numeratore = derivata del denominatore dà il logaritmo del denominatore. Esempio: ∫tanxdx=∫cosxsinxdx=−∫cosx−sinxdx=−log∣cosx∣+k.
Non sempre è immediato riconoscere f(x) e f′(x): serve esercizio. In ogni caso, la sostituzione è il primo metodo a cui pensare.
Integrali definiti: due modi equivalenti
Per ∫13xex2dx:
Modo A (primitiva, poi TFCI 1). Dall'esempio sopra una primitiva è G(x)=21ex2, quindi ∫13xex2dx=[21ex2]x=1x=3=21(e9−e).
Modo B (cambio degli estremi, formula (1')). Con y=x2: per x=1, y=1; per x=3, y=9. Quindi 21∫19eydy=21[ey]19=21(e9−e).
Stesso risultato. L'errore da evitare è mescolare i due modi: cambiare variabile e tenere gli estremi vecchi (o tornare a x dopo aver cambiato gli estremi).
Errori comuni
Dimenticare di sostituire dx: va sostituito tutto f′(x)dx con dy; nell'integrale in y non deve restare nessuna x.
Negli integrali definiti, non cambiare gli estremi dopo la sostituzione.
"Aggiustare" un fattore che non è costante moltiplicando e dividendo per una funzione di x.